venerdì 14 febbraio 2020

CATANZARO, I VERBALI SUL GIUDICE CORROTTO: "CORTE D'APPELLO TRASFORMATA IN UN SUQ"


11 febbraio 2020

Marco Petrini conferma in tribunale le accuse per cui è agli arresti: "Mi servivano soldi per i debiti". Emerge un "sistema a trazione massonica per ammorbidire la giustizia"
di ALESSIA CANDITO

È stato arrestato per aver trasformato la Corte d’appello di Catanzaro in un suq dove ogni sentenza era acquistabile. E adesso è lo stesso giudice Marco Petrini a confermare quel mercato, non solo raccontando gli innumerevoli episodi di corruzione di cui è stato protagonista, ma fornendo particolari su quella che sempre più appare una macchina del falso per addomesticare la giustizia nel distretto di Catanzaro.
Dichiarazioni che si incrociano con quelle del suo faccendiere, Mario Santoro, e del pentito Andrea Mantella. Tutti concordi nel dire che al giudice Petrini bastava poco per piegare le sentenze ai desiderata degli imputati. Cassette di mandarini che nascondevano soldi in contanti, gamberoni, litri d’olio, orologi preziosi, pronunce addomesticate per le donne con cui aveva relazioni. Dal dissequestro dei beni di famiglie di mafia, all’annullamento di sanzioni milionarie in commissione tributaria, dietro pagamento il giudice “sistemava” tutto. E lo ammette.
Cerca di giustificarsi. Quei soldi, sostiene, servivano “per far fronte all'indebitamento che avevo accumulato a seguito dalla separazione dalla mia prima moglie, per il mantenimento dei miei figli ed in parte per condurre una vita piacevole. A queste spese vanno aggiunte quelle, non indifferenti, che ho sostenuto per le cure di cui necessita il figlio della mia attuale moglie”. Ma sembra parlare solo di quello che non può negare perché gli investigatori lo hanno ascoltato e videoregistrato per mesi, nel corso delle perquisizioni hanno trovato assegni e carte a riscontro dei pagamenti.
Tuttavia è dai verbali di interrogatorio del suo coindagato, il faccendiere Mario Santoro, e soprattutto dalle dichiarazioni del pentito Mantella, che viene fuori il sistema a trazione massonica che serviva per “ammorbidire” la giustizia. In Corte d’appello di Catanzaro succedeva di tutto, spiega Santoro. Perizie assegnate a consulenti complici, dissequestri di beni mafiosi su commissione, e anche in commissione tributaria, bastava pagare per far cambiare le sentenze nottetempo. Lui era il principale canale ma – ammette – ce n’erano altri. Commercialisti e avvocati, di Catanzaro, Lamezia Terme, della Locride.
Tutti o quasi massoni. Ed è proprio fra "fratelli" - fa emergere l'inchiesta - che maturavano certi legami. Lo conferma anche il pentito Andrea Mantella, ex killer del clan Lo Bianco e oggi gola profonda che sta facendo tremare la ‘ndrangheta vibonese e non solo. Ai magistrati, il collaboratore racconta che Petrini “apparteneva alla massoneria deviata”. E negli stessi circuiti gravitavano noti avvocati. A
nche per questo – spiega il pentito – bastava nominate certi legali per avere la certezza di poter addomesticare le sentenze. Fra loro c’è Giancarlo Pittelli, noto penalista nonché ex senatore di Forza Italia, poi passato a Fdi, di recente arrestato come “riservato” del clan Mancuso,
ma anche Salvatore Staiano, il difensore storico di Mantella, di recente rinviato a giudizio per le perizie false con cui avrebbe fatto scarcerare alcuni clienti. “Staiano era nelle mani di Nicolino Grande Aracri, – dice Mantella – però era il pupillo di Vincenzo Gallace e praticamente all’interno dello studio dell’avvocato Staiano lavorava come avvocato un fratello di Nicolino Grande Aracri… comunque attraverso fiumi di denaro cercavano di aggiustare dei processi, ci provavano in tutti i sensi”. E della sua capacità di condizionare i giudici, il pentito ne ha avuto prova concreta.
Mi ha detto: entro 15 giorni io ti faro? scarcerare. Al quindicesimo giorno, alle 13 e qualcosa, la telefonata dell’avvocato Staiano come se fosse che il discorso era già fatto. Praticamente io uscii dal carcere… gli ho dovuto dare i soldi subito subito. L’avvocato Staiano mi disse che con quella cifra stavo tranquillo, con quei soldi stavo tranquillo” racconta il pentito ai pm di Salerno. Si pagava quasi sempre in contanti ma con “qualche Cartier, qualche Rolex, qualcosa e alla fine…un po’ di pazienza e ce la fai ad uscire dal carcere”.
E poi Mantella fa il nome di cinque magistrati che a suo dire erano sensibili alle lusinghe di Stajano ed altri avvocati. “A me – specifica – la frase corrompere non me l’ha detta mai. Mi ha detto ‘tu mi devi dare questi soldi e stai tranquillo’. Ma mica siamo bambini… io i soldi, come sono rimasto con lui, glieli ho dati dopo il provvedimento di scarcerazione”. C’era Petrini, chiaramente, ma anche altre quattro toghe su cui adesso si procederà ad approfondire. Forse soggetti già nel mirino della procura di Salerno che attualmente ha sette distinti fascicoli sui magistrati del distretto di Catanzaro. Secondo indiscrezioni erano aperti prima delle dichiarazioni di Mantella e adesso si stanno arricchendo di altri particolari. Inclusi diversi elementi che arrivano dalle intercettazioni fra Petrini e il suo faccendiere. Da cui sembrano emergere i contatti di diversi magistrati del distretto con l’ex consigliere regionale Pino Tursi Prato, già in passato condannato per associazione mafiosa.


domenica 22 marzo 2015

LA VICENDA GIUDIZIARIA DELLA CASSA DI RISPARMIO DI VITERBO. TERMINATA NEL LUGLIO 2004. UN'INDAGINE DURATA 13 ANNI E COSTATA OLTRE TRE MILIARDI DI LIRE. TUTTO PRESCRITTO DOPO 9 ANNI DI PROCESSO.

IL MESSAGGERO

VITERBO

Mercoledì 14 Luglio 2004

Si chiude la vicenda giudiziaria che all'inizio preannunciava epiloghi
clamorosi. Un indagine costata oltre tre miliardi di lire
Processo Carivit, assolti gli unici cinque imputati

Derubricato e prescritto il reato. Paradiso: «Dieci anni passati da imputato
innocente»

di GIANNI TASSI


Crac Carivit, dopo tredici anni d'indagine e nove di processo i giudici del
tribunale di Viterbo hanno deciso: nessun colpevole per quel buco di 600
miliardi di lire portato alla luce agli inzi degli anni '90 dagli ispettori
della Banca d'Italia. I cinque imputati rimasti - al termine della fase
istruttoria erano trentasei - e cinque imputati assolti. Ieri mattina,
infatti, dopo appena tre quarti d'ora di camera di consiglio la terna
giudicante ha assolto - più esattamente prosciolti per prescrizione del
reato - Giancamillo Beraneck, direttore generale della Cassa di Risparmio di
Viterbo all'epoca dei fatti in questione, accusato di corruzione e finito in
carcere l'8 ottobre del 1998; Luigi Paradiso e Dario Simoncini,
rispettivamente presidente e funzionario dell'allora Usl; gli imprenditori
Renzo e Maurizio Crudeli, padre e figlio. Gli ultimi quattro accusati di
falso ideologico.
Si conclude così, nel modo meno scontato, un'inchiesta che per anni ha
catalizzato l'interesse della magistratura viterbese. Un'indagine durata
tredici anni, costata alle casse pubbliche ben oltre tre miliardi di lire
che all'inizio, per ammissione degli stessi magistrati inquirenti, faceva
prefigurare chissà quali epiloghi. Trentasei imputati, tutta la dirigenza
Carivit di quel tempo, accusati tra l'altro di associazione per delinquere,
truffa, falso e corruzione. Solo che le imputazioni più gravi si sono perse
strada lasciando in piedi solo la corruzione per Beraneck e il falso
ideologico per gli altri quattro. Il classico elefante che partorisce il
topolino. Adesso non c'è più neppure questo. Crollato il castello
accusatorio del pubblico ministero Franco Pacifici (ieri sostituito in aula
da Alessandra Provazza), i giudici non hanno ritenuto sufficienti le prove
per i reati residui tanto che hanno deciso per la derubricazione e la
susseguente prescrizione.
Soddisfazione degli imputati - Paradiso e Simoncini - presenti in aula alla
lettura della sentenza. «L'unico rammarico - ha commentato Luigi Paradiso -
è ripensare a tutti questi anni passati da imputato di un reato che non ho
mai commesso». Il commento di Gildo Ursini, avvocato di Beraneck: «Epilogo
previsto, sono anni che andiamo evidenziando l'insussistenza dell'ipotesi
accusatoria». 

martedì 13 novembre 2012

E’ morta per una piaga da decubito al tallone. Il figlio punta il dito contro la Asl di Viterbo.

 

Sanità -


Il figlio "Mia madre abbandonata e divorata dall'infezione" - Due esposti ai Nas e una denuncia


Donna muore per una piaga da decubito


di Stefania Moretti

E’ morta per una piaga da decubito al tallone. Il figlio punta il dito contro la Asl.

Vittorina Nicodemi, invalida al cento per cento, aveva 84 anni e viveva a Bassano Romano. Muore il 7 agosto 2012 per sepsi, disidratazione e insufficienza renale. Un’infezione circoscritta in una comunissima piaga da decubito diventa letale.

"Mia madre è stata divorata dall’infezione – dichiara il figlio Giorgio Bernardi -. La sua ferita è stata evidentemente sottovalutata".

Con quella piaga, la signora combatteva dall’inizio dell’anno. Il figlio, che abita a Roma e non poteva seguire la madre personalmente, si era affidato all’adi (assistenza domiciliare integrata) di Vetralla e al suo medico di base a Bassano. Ma subito iniziano i problemi. "L’infermiera si presentava saltuariamente. Medicava e se ne andava. Chiamavo il medico di base tutti i giorni per avere notizie. La risposta era sempre la stessa: Tutto bene".

Il primo aprile, però, Bernardi deve correre a casa. "La stanza di mia madre emanava un tanfo tremendo, a causa della ferita. Ho chiamato la guardia medica: la piaga grondava infezione. Mi sono preoccupato. Ho telefonato di nuovo a infermiera e medico di base. Continuavano a ripetermi che i problemi di mia madre erano dovuti alla sua età e infermità. Mi è stato consigliato di farla ricoverare in una rsa. Per una piaga da decubito? E con quei tempi di attesa per l’accettazione? Assurdo".

Il 12 maggio Bernardi presenta un esposto ai Nas di Viterbo. "Ho paura che mia madre possa morire di setticemia", scrive. Non sa ancora che il suo timore è fondato.

L’infermiera inizia a recarsi più spesso a casa della madre. In compenso, il medico di base smette di visitarla. A totale insaputa del figlio, a suo dire. "Sono stato avvisato il 3 agosto, quando mia madre iniziava ad avere la febbre a 39. Ho chiamato io il medico. Si è limitato a dirmi che aveva ricusato la paziente. Da giugno si rifiutava di curarla senza che io lo sapessi. Ci vogliono seri motivi di incompatibilità per ricusare un paziente. A noi non è arrivata neppure la notifica di questa ricusazione. Mia madre è rimasta senza medico per più di un mese e mezzo. Come abbandonata".

La febbre non scende. Per gli infermieri dell’adi è una solo un’influenza. Il 5 agosto la signora Nicodemi arriva in coma all’ospedale di Bracciano. Muore dopo due giorni di agonia.

Il figlio presenta un nuovo esposto ai Nas che, stavolta, allertano la procura di Viterbo. "Il pm Franco Pacifici ha aperto un fascicolo per omissione in atti d’ufficio – afferma Bernardi -. Ho presentato un esposto al commissario della Regione Lazio, che ha chiesto ai vertici della Asl di aprire un’indagine interna. Oltre ai due esposti ai Nas nei confronti dell’adi di Vetralla, ho denunciato il medico di base e la Asl che, intanto, proprio qualche giorno fa, non si è presentata all’incontro per la conciliazione obbligatoria. Saranno i magistrati a valutare eventuali responsabilità. Io, per ora, vado avanti con la causa civile".

Stefania Moretti

12 novembre, 2012 - 1.48

http://www.tusciaweb.eu/2012/11/donna-muore-per-una-piaga-da-decubito/

giovedì 14 luglio 2011

La Cassazione entra nel campo minato della precedenza stradale.

La Cassazione respinge il ricorso di un motociclista

La Cassazione entra nel campo minato della precedenza stradale, confermando un principio base: chi non rispetta la precedenza ha torto; ma in caso di incidente, se l’altro guidatore non ha osservato il Codice della Strada (magari perché andava troppo veloce), può essere considerato corresponsabile del sinistro. Questo il succo della sentenza 26657/2011.

La vicenda prende spunto, qualche anno fa, da un incidente fra un motociclista siciliano con diritto di precedenza, e un’auto (una Fiat Panda guidata da una signora) che doveva cedere il passo, come chiaramente segnalato dai cartelli stradali. Nell’impatto, la guidatrice riporta lesioni serie: quaranta giorni di prognosi, e successiva asportazione della milza. La signora però non vuole assumersi tutta la responsabilità dell’accaduto, sostenendo che il centauro andasse troppo veloce. In primo grado, il Giudice di pace dà ragione al motociclista: la colpa è solo della automobilista, che ha “incautamente impegnato l’incrocio senza rispettare il segnale di precedenza”. Ma la guidatrice insiste e si va in secondo grado: nel maggio 2010, il Tribunale di Palermo le dà ragione, sostenendo che il motociclista è corresponsabile per guida imprudente.

A questo punto, il centauro ricorre in Cassazione e perde ancora. Stando alla quarta sezione penale, la precedenza è fondamentale, però si deve “accertare in concreto il comportamento tenuto dai [guidatori] per verificare se in esso siano ravvisabili profili di colpa”.

In ogni caso, è bene ricordare che riveste un ruolo decisivo il verbale delle Forze dell’Ordine, talvolta supportato (nei casi di incidenti molto gravi) da perizie che stabiliscano la dinamica esatta del sinistro.

giovedì 12 maggio 2011

L’AUTOVELOX ERA NASCOSTO, IL PREFETTO DI GROSSETO ANNULLA IL VERBALE

L’AUTOVELOX ERA NASCOSTO, IL PREFETTO DI GROSSETO ANNULLA IL VERBALE

Il Prefetto della Provincia di Grosseto ha accolto il ricorso d’un utente – elaborato dal servizio legale dell’Associttadini - annullando il verbale d’accertamento con autovelox effettuato sulla Via Aurelia.
Si legge nell’ordinanza: “…La circolare M.I. n. 300/A/10307/09/144/5/20/3/ del 14/8/2009 che evidenzia che la postazione di controllo per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili …la mancata visibilità della postazione di controllo elettronico utilizzata dagli agenti della Polizia Provinciale nel tratto di strada di argomento non ha reso possibile un auspicabile ravvedimento operoso in applicazione ai principi generali di cui all’art. 11 Legge 689/81, al fine di non incorrere nelle sanzioni previste dall’art. 142 CDS….VISTA la sentenza del Giudice di pace di Orbetello del 21/5/2010 che ribadisce che lo spirito della norma contenuta nell’art. 142 CDS è quello di permettere all’automobilista di prevenire la commissione dell’illecito e quindi la relativa sanzione, obbligando conseguentemente gli organi di accertamento ad essere visibili a distanza, con esclusione delle rilevazioni effettuate da siti nascosti…”.
consulenza@associttadini.org

sabato 26 marzo 2011

«Spogliata durante la perquisizione»

Indagato per abuso d’ufficio
Caso Boccassini, sequestrato un computer a Brigandì
02 febbraio 2011

L’abitazione privata del componente laico del Csm, Matteo Brigandì, è stata perquisita ieri notte e all’ex parlamentare della Lega sono stati sequestrati il computer e alcuni documenti. Il componente dell’organo di autogoverno della magistratura è accusato di aver divulgato degli atti riservati sul Pm Ilda Boccassini alla cronista del Giornale, Anna Maria Greco.
Ma Brigandì smentisce ogni cosa: «Io ho fatto richiesta di quella documentazione al Csm perché volevo documentarmi io personalmente. Non ho divulgato le carte in alcun modo. Né ho parlato con nessuno di quanto vi avevo letto. Sfido chiunque - afferma all’Ansa l’esponente del Carroccio - a dimostrare il contrario».
La cronista de Il Giornale, Anna Maria Greco
La cronista del Giornale: «Spogliata durante la perquisizione»
«I carabinieri mi hanno detto che dovevano procedere a una perquisizione personale e, di fronte a una donna carabiniere, ho dovuto spogliarmi integralmente». Così la cronista del “Giornale” Anna Maria Greco, replicando a una precisazione della Procura di Roma, conferma, sul sito del quotidiano, le modalità della perquisizione, domiciliare e personale, di cui è stata oggetto nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma che vede indagato per abuso d’ufficio il consigliere del Csm Matteo Brigandì.
«Non si tratta quindi semplicemente di una consegna degli abiti come sostenuto dalla procura ma di una procedura molto imbarazzante», aggiunge Anna Maria Greco, che conferma comunque di «non essere stata toccata». «Mi chiedo se sia normale che una giornalista venga costretta a rimanere nuda di fronte a un’esponente delle forze dell’ordine senza nemmeno essere indagata - conclude - Lascio il giudizio ai lettori».
Il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara
La procura: «Rispettate le regole»
La perquisizione nei confronti della giornalista de “Il Giornale” Anna Maria Greco, autrice dell’articolo su un procedimento disciplinare risalente agli anni Ottanta dell’allora sostituto procuratore Ilda Boccassini, è stata compiuta «nel rispetto delle regole».
È quanto afferma in una nota il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, dopo le affermazioni della stessa cronista che aveva denunciato di essere stata «umiliata» e costretta a «bendarsi».
«I carabinieri delegati», si legge una nota della procura della capitale, «hanno operato nel pieno rispetto delle regole imposte dal codice, in particolare della dignità e del pudore, facendosi consegnare gli abiti per la ricerca di documenti open drive, evitando in tal modo qualsiasi contatto fisico con la persona».

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2011/02/02/ANnnj6gE-computer_boccassini_sequestrato.shtml

sabato 19 marzo 2011

La multa non c’è più, l’ipoteca sulla casa sì.

ilGiornale ROMA mercoledì 10 ottobre 2007, 07:00

La multa non c’è più, l’ipoteca sulla casa sì
di Alessia Marani

Vince il ricorso, il giudice di pace le annulla una multa del 2005 eppure il Comune le ipoteca ugualmente la casa. Non solo. A fronte di un presunto credito di 5.291 euro, finisce per chiederle in garanzia oltre novemila euro, quasi il doppio. Eppure il Campidoglio l’aveva promesso: «Niente più ipoteche sulla casa, andremo incontro alle esigenze dei cittadini». Esasperata, Gioia N., 50 anni, un appartamento in Prati acquistato con un mutuo e molti sacrifici, l’altra mattina è andata dritta a piazzale Clodio a denunciare i responsabili comunali che hanno dato il via al suo procedimento: «Qualcuno - dice - dovrà pagare per quest’abuso che rasenta l’estorsione».
I fatti. Il 18 maggio la Gerit Spa, concessionaria capitolina per la riscossione dei tributi, comunica di averle iscritto un’ipoteca sulla casa per 9.406 euro a seguito di alcune cartelle rimaste, a detta dell’ufficio contravvenzioni di via Ostiense, inevase. Gioia è incredula. Ricorda di avere ricevuto negli anni delle multe, alcune di averle pagate, altre contestate. «Abito in una zona dov’è impossibile trovare parcheggio - dice - e spesso spuntano fuori divieti improvvisi. Incappare in una contravvenzione è facile». Si mette alla ricerca di pratiche e bollettini. Il 14 giugno invia un esposto d’autotutela al Comune. Ma il Campidoglio tace. La prima cartella esattoriale contestata riguarda una contravvenzione del 2005 in seguito annullata dal giudice di pace con sentenza depositata il 7 dicembre del 2006. Anche la seconda era stata parzialmente annullata, con una rimanenza da saldare per un verbale da appena 300 euro. Infine, per i verbali contenuti nella terza è in atto il ricorso con 5 cause ancora aperte e che attendono di essere dibattute davanti al giudice di pace. «Anche solo a eliminare gli importi dei verbali già annullati - aggiunge Gioia - la Gerit avrebbe dovuto sottrarre almeno 2500 euro dalla somma enorme che ora mi chiede. Evidentemente ha avuto mandato dal Comune per agire a tutto campo». «Il Campidoglio - aggiunge Giorgio Bernardi, dell’Associttadini - non poteva non sapere. Sentenze e procedimenti vengono comunicati dai tribunali. Il fatto è che un’azione del genere ha di per sé una forza intimidatoria pazzesca, tanto che alla fine molti, terrorizzati all’idea di perdere casa o d’avere altri problemi, finiscono per pagare anche quando non devono». Nella migliore delle ipotesi per farsi cancellare l’ipoteca Gioia dovrà sborsare circa 600 euro alla Gerit per pratiche di registro. E non sarà la sola. Nei soli primi tre mesi dell’anno sono state 23mila le ipoteche e 45mila i fermi amministrativi su auto disposti dalla Gerit a fronte di tributi e contravvenzioni non riscosse.

http://www.ilgiornale.it/roma/la_multa_non_ce_piu_lipoteca_casa_si/10-10-2007/articolo-id=212154-page=0-comments=1

CATANZARO, I VERBALI SUL GIUDICE CORROTTO: "CORTE D'APPELLO TRASFORMATA IN UN SUQ"

11 febbraio 2020 Marco Petrini conferma in tribunale le accuse per cui è agli arresti: "Mi servivano soldi per i debiti". Emer...